Da due anni Gaza ha pervaso le conversazioni quotidiane, i titoli dei giornali e le timeline dei social, facendoci familiarizzare con una guerra in realtà territorialmente lontana. L’abbiamo osservata filtrata dagli schermi e ora, che sembra palesarsi una fine definitiva di questo conflitto, occorre chiedersi cosa resti quando il dolore cessa di essere notizia
Il conflitto israelo-palestinese ha prodotto un’eco globale, ancora più di quanto recentemente successo per la vicina Ucraina. Manifestazioni, campagne di sensibilizzazione e mobilitazioni digitali hanno generato una partecipazione diffusa, spesso spontanea, riportando al centro del dibattito la questione umanitaria e la responsabilità collettiva. Gaza è diventata così – ancor più di quanto già non fosse – un simbolo; un luogo in cui, almeno temporaneamente, l’individualismo è stato costretto a soccombere di fronte all’esigenza di una consapevolezza condivisa, mettendo in discussione le modalità di osservare e reagire al dolore altrui.
Gaza sembra aver riacceso una parvenza di coscienza collettiva: non più solo un feed di sensazionalismi effimeri, ma un riverbero che richiama memoria storica e rivendicazione di libertà. Diventa specchio dell’umano ferito: resistenza e vulnerabilità convivono, così come la nostra capacità di riconoscere l’altro. In un’epoca in cui la società estremizza il sé – con i like, il personal brand, i selfie – Gaza sfida quella logica mostrando che l’esperienza umana può essere condivisa, violenta e indelegabile. Una presa di coscienza temporanea che però sembra avere la forza di mettere in crisi il narcisismo sociale cristallizzato da anni.
Eppure, sotto questa apparente rinascita dell’empatia globale, si fa strada un dubbio ineludibile: e se fosse stato solo tutto un miraggio? Se questa capacità improvvisa di curarci dell’altro fosse stata solo una fiammata emotiva destinata a spegnersi al prossimo trend topic?
In un mondo dove le notizie risultano quasi impalpabili a causa della loro volatilità, e l’indignazione è spesso misurata in reactions, non ci resta che appellarci a chi è passato prima di noi, ricordandoci come l’unico vero giudice di ogni azione umana, rimanga il tempo.
Neppure la velocità della nostra epoca è capace di annientare il valore della durata: la misura di ogni comportamento si trova nel tempo che lo sostiene o lo dissolve.
Ed è proprio nel confronto con quel tempo che possiamo distinguere ciò che nasce da autentica consapevolezza da ciò che resta un’impressione passeggera. Se così fosse, non parleremmo di coscienza: sarebbe solo l’ennesima illusione di umanità a tempo determinato, destinata a svanire sotto l’incedere di giorni.

