Da Parigi, Claudia Barana
Prelevata dalla sua nicchia in un tempio e gettata in mare, probabilmente durante la cristianizzazione forzata di Gaza nel 402-405 d.C., una piccola statua in marmo, forse la dea Ecate, scompare per 1.500 anni fino a quando un pescatore la trova nelle sue reti al largo di Blakhiya, un quartiere oggi distrutto, e la consegna a un collezionista palestinese, salvandola. Da cosa la salva?
Dall’abbandono, molto probabilmente dalla dimenticanza. Un destino, quello di questo piccolo capolavoro, fatto di memoria e di resistenza. Si tratta di uno dei pezzi centrali di ‘Trésors sauvés de Gaza’, mostra allestita all’Institut Du Monde Arabe fino al 7 dicembre, a Parigi.

Una mostra che racconta la perdita di un paesaggio, la devastazione, il continuo attacco. Una mostra che dice il riconoscimento pubblico della cultura di un popolo. Una mostra che è un atto di resistenza. “Volevamo restituire a Gaza la sua storia”, afferma la curatrice Élodie Bouffard. La storia di un popolo che passa, esattamente come le vite di ognuno di noi, attraverso oggetti e relazioni costruite tra persone nel corso dei secoli.
Una rana, un dromedario, uno scarabeo, molteplici lampade ad olio, figure votive. Gli oggetti esposti raccontano insieme alla storia, l’umanità di Gaza, rendono visibile e tangibile il suo esistere: le persone, le loro mani che plasmano, i loro occhi che vedono. Oggetti che sono un atto di resistenza, come il destino della piccola dea riportata alla luce per essere vista da occhi contemporanei e quindi essere riconosciuta anche oggi come parte di uno svolgersi temporale. Il destino è raccontato attraverso molteplici oggetti esposti che avrebbero potuto ridursi in polvere durante i bombardamenti del 2024 che colpirono il museo privato del magnate gazavi Jawdat Khoudary se le opere, insieme ad altri 260 pezzi provenienti dalla collezione di Khoudery, donata all’Autorità nazionale palestinese, non fossero state inviate nel 2006 al Musée d’Art et d’Histoire di Ginevra in occasione della mostra ‘Gaza, à la croisée des civilisations’ e poi conservate in Svizzera a causa del blocco israeliano. Ancora li, in un deposito ginevrino, oramai diventato un vero museo in esilio, sono conservate un centinaio di casse contenenti 589 reperti archeologici destinati a un futuro museo archeologico di Gaza. Potremo mai visitarlo?
Immaginare destini, dare a Gaza la possibilità a essere altro dalla zona di tragedia, devastazione e morte, in cui la storia contemporanea la sta richiudendo. Per squarciare quei confini di pregiudizi in cui è relegata. Per fare capire che la Palestina è composta da donne e uomini e bambini che vorrebbero vivere la loro vita. Che vedono, sentono, vivono di ritualità quotidiane.

Accolti da una grande mappa storico geografica del Mediterraneo, il visitatore ricorda la centralità di Gaza nel suo ruolo di crocevia del mondo tra le rotte commerciali provenienti dall’Asia e dall’Africa: fondata durante la prima metà del III millennio, in posizione strategica tra l’Egitto e la Palestina, Gaza è citata per la prima volta in alcuni scritti egizi redatti sotto il regno di Thutmose III (1504-1450 a.C.), dove viene indicata con il nome di «Hazattu», da cui deriva l’attuale nome arabo. Wâdî Ghazza (valle di Gaza) è la naturale frontiera tra Egitto e Asia, tra il Nilo e la Mesopotamia ed è l’ultima oasi di pace prima di raggiungere il deserto. Gaza era polo commerciale, potenza intellettuale e centro di apprendimento perché qui molte culture e imperi hanno lasciato il loro segno – tra cui Filistei, Assiri, Romani, Bizantini, Persiani e Mamelucchi – come testimoniano gli oltre 100 diversi oggetti esposti, tra cui statuette, lampade a olio, ceramiche, iscrizioni, marmi importati e un grande mosaico pavimentale bizantino.

Come ricorda Élodie Bouffard:“Gaza era lo spazio più aperto del Mediterraneo. Era un territorio estremamente ricco, che produceva molto cibo e i cui legami con l’Africa e l’Asia lo rendevano un luogo di festività e celebrazioni di cui si parlava e si scriveva molto e che fu continuamente abitato.”
Oltre agli oggetti, sono presenti testimonianze fotografiche della città agli inizi del XX secolo, realizzate tra il 1905 e il 1922, provenienti dalla collezione della Scuola biblica e archeologica francese di Gerusalemme. Si tratta di documenti unici di un paesaggio oggi scomparso, fatto di piccoli giardini e palmizi sulle dune sul fronte del porto, immagini di una Gaza esotica e accogliente, così come doveva apparire ai viaggiatori di fine 800. Con la prima Guerra mondiale e i bombardamenti del 1917 una prima parte del patrimonio architettonico della città viene distrutto. A partire dal 1947, in seguito alla Nakba e alla guerra arabo-israeliana, circa 200.000 rifugiati palestinesi raggiungono gli 80.000 abitanti dell’esile striscia costiera; gli esiti successivi di questa guerra definiranno i confini di quella che diventerà per tutti la «striscia di Gaza». La città-porto isolata dal suo entroterra e dalle rotte che ne avevano fatto la sua ricchezza passata.
Un patrimonio umano e culturale che, come rilevato nel 2024 dall’Unesco, è già stato profondamente compromesso: dei 350 monumenti elencati, solo 150 sono stati esaminati e ben 94 risultano danneggiati; tra questi il porto di Gaza di epoca greca, 61 edifici di interesse storico e artistico, 12 siti religiosi, 7 siti archeologici, 6 monumenti, 3 depositi di beni culturali mobili e 1 museo. L’esposizione diventa in questo modo anche una mappatura dei bombardamenti, condotta da diversi ricercatori, accompagnata da un censimento delle più recenti scoperte archeologiche a Gaza. Una mostra che celebra la forza, la bellezza e anche il tragico divenire di una terra e il suo popolo.
‘Trésors sauvés de Gaza’, Institut Du Monde Arabe fino al 7 dicembre 2025 .

